MALATO SANO CRONICO

storie,illusioni e disillusioni di un sangiliano semiarreso

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lunedì, 05 giugno 2006

IL PROFONDO DESIDERIO DI IMAMURA

Postato da: malatosano a 20:04 | link | commenti (6) |

venerdì, 19 maggio 2006

TESTA

La testa sbanda quando si trova dentro percorsi che avrebbe voluto non scegliere, non scelti, ma comunque da scegliere; sbanda come chi non sa più fare, e perciò si sforza di non pensare, ma pensa, e pensando decide di sbandare.

La testa è alogica, percettiva, irrazionale, e irrazionalmente si sforza di ragionare, mi sforzo di ragionare, nel tentativo di crearmi una ragione...una ragione che non c'è davanti a un sacco di cose, un sacco di percorsi, un sacco di opinioni, un sacco di pensieri, un sacco di prospettive.

Davanti a queste prospettive mi viene di inchinarmi, mi viene da dire che non c'è posto per pensare. Ma ragionare d'istinto mi provoca sbandamento, e la programmazione è forse l'atto più istintivo che mi viene da fare in questi casi.

Sono contento perché c'è chi ascolta, e ciò mi fa sorridere. Sono contento perché un cineforum può anche  essere servito a qualcosa. Può essere servito a una, due, o tre persone. Non importano i numeri. Dall'uno in poi sono tutti buoni. Anche questo mi fa sorridere.

È tanto filmica la mia via, una vecchia, un cane, un Sole diverso dagli altri.

Sono percezioni dove la testa sbanda. Certi percorsi sono inumani, e non tengono in conto le nostre debolezze. Che poi siano debolezze di un bambino, questo non vanifica una percezione.

Non voglio fare niente. Non voglio comprare niente, mi verrebbe anche da dire. Non voglio questa volgarità, non voglio questo favoloso progresso fisico, avuto con un genocidio di massa, con una pulizia etnica. Non lo voglio questo genocidio, non voglio abbassarmi alle costrizioni delle leggi monetarie, non lo voglio, forse lo farò, ma lo dirò sempre...non lo voglio, non lo voglio...

Quanto ho aspettato, quanto aspetterò...

Postato da: malatosano a 20:48 | link | commenti (2) |

domenica, 16 aprile 2006

DEDICA

E' difficile riinizare a far capire a me stesso dopo ogni discussione che le mie osservazioni stanno ancora in piedi. E' difficile farmi capire ancora che senso hanno le mie parole, a prenderle, a dirle, a svuotarle e a dotarle di nuovo di significato. E' difficile allo stesso modo riuscire a stare zitto, perché il silenzio è d'oro solo quando non ci sono le parole per esprimere il pensiero. Le parole mi fanno venire il mal di testa. Eppure dalla mattina alla sera le cerco, le scarto, le butto, le leggo, le scrivo, le penso. Le parole feriscono, soprattutto quelle dette a caso, quelle a cui tu dai un significato e l'altra persona un altro. "Ragionate col dubbio, imparate a ragionare sempre col dubbio": Sai, da quando ti sentii dire queste parole io ho sempre cercato di farlo. Da quel momento ho messo in dubbio sempre anche le tue parole. Le metto alla prova e poco importa se poi le ritrovo sempre giuste. E sai, quando mi accorgo che non lo faccio penso sempre a te. E alle tue parole. E' troppo facile parlare, è troppo complicato ragionare. Me ne accorgo ma non faccio nulla per migliorare questa cosa. Ma quelle che metto in dubbio di più sono le mie parole. E questa cosa me la voglio tenere. Non la voglio perdere mai. Anche quando sembrerà che voglio avere sempre ragione. Lo voglio fare, altrimenti sembrerebbe quasi che ti tradissi, e questa cosa non voglio che succeda, non voglio. Non voglio essere ottuso. Ma radicale sì, radicale sempre. E' l'unica forma di lotta che ci rimane. Estrema.

A una persona che mi avrebbe fatto piacere conoscere.

Postato da: malatosano a 23:21 | link | commenti (3) |

giovedì, 16 marzo 2006

Questo blog rimarrà inattivo per un bel po' di tempo. Volevo dare un'impronta più "seria" alle cose che scrivevo coi miei ultimi post ma per parlare di certe cose ci vogliono le motivazioni e io per ora non ce le ho. Per la verità i miei ultimi post mi servivono a sentirmi meglio, a meditare, parlare, affrontare certi temi che non voglio e penso non si debbano né ignorare né ironizzare troppo. Erano pretenziosi, ma le mie pretese sono state disattese. E si vede che nunn'è arte ra mje, o quanto meno questo blog non è lo strumento adeguato per le mie pretese. Dico "questo" blog perché manterrò attivi gli altri che ho (ci sono i link...apropositodi, blob-g, e uerre che apriremo a breve) e cercherò di fare qualcosa con quelli. Il nostro paese è insano, il nostro essere è decadente. Saluti.

Postato da: malatosano a 21:45 | link | commenti (5) |

venerdì, 24 febbraio 2006

REALITY (POLITIC) SHOW

Ne parlavamo l'altro giorno all'università: la costruzione mediatica di un elettorato, anche se molto spesso inconsapevolmente, non avviene con i programmi che parlano di poltica, non con i salotti di Bruno Vespa, non con Emilio Fede, non con Berlusconi sette giorni su sette in televisione, non con la violazione della par condicio, niente di tutto questo. Avviene con le cazzate, in primis con la "politica" dei reality, la tv verità iperreale, ir-reale, de Filippiana-Costanziana-studioapertiana. E' vero che chi lo afferma probabilmente non viene preso nella giusta considerazione (chi lo afferma?) o comunque se viene preso in considerazione si pensa che tutto questo sia esagerato, sia forzato, sia costruito...ma spero che sia così ancora per poco, le cose stanno uscendo fuori, le cose si romperanno prima o poi e il "giocattolo" (come lo chiama un mio amico) rompendosi renderà noto i suoi meccanismi. Ma è anche possibile che niente di tutto questo succederà, perché tra le cose che distruggono quesi giocattolini ancora non pienamente sfruttati c'è la presa di coscienza dello stato di cose, per essere più chiaro "coscienza" ha qui un po' il significato che le attribuiva Marx; la gente non sa, non vuole sapere, non può sapere, non si rende e vuole rendersi conto di chi è, che sta succedendo e come stanno andando le cose. Chiaro allora che non mi meraviglio se mia madre dice che la Fattoria è una cazzata ma se sente al tg2 che parlano di Israele cambia di nuovo canale perché sembra quasi che una tv che non parli di cazzate non è più tv, e forse ora è realmente così. Chiaro anche a questo punto che la logica da reality si accomodi anche in altre trasmissioni, nei telegiornali, nei documentari e soprattuto nei talk show (un tempo teatro della parola "forte" opposto al teatro della parola "debole" dei reality alla Stranamore). Chiaro allora anche che si sottovaluti la portata di queste trasmissioni che oltre ad essere aculturali, atrofizzanti, disimpegnati ecc., non riescono nemmeno più a dare quell'intrattenimento che una volta significava  entrare in un universo "altro", diverso, visionario, realistico a volte ma mai (di nuovo) iperreale. E se questa logica sbatte a destra e a manca, se confonde le trasmissioni di presentatori alla Fazio e il presenzialismo di politici che si mettono a scherzare con i comici, è chiaro che la parodia della Gialappa's di Gabriel Vanto, il tipo candidato alle primarie dell'Unione che scambiava le elezioni per un gioco da reality e credeva di poter essere eletto con il televoto, non è tanto lontana dalla realtà (iper) dei fatti, anche se questa cosa è stata creata (di nuovo) inconsapevolmente dalla Gialappa's. E allora c'è da stupirsi se Mara Carfagna (come chi è? ex miss Italia, ora presentatrice, show girl, non mi meraviglio se ha fatto qualche calendario) si candidi per Forza Italia (un caso?) per il Parlamento nella circoscrizione di Salerno e per quanto ho letto stamattina è la seconda dopo Silvio Berlusconi nella lista elettorale. E' vero ci sono state la Lollobrigida, Pippo Baudo, e qualcun altro che non ricordo. Ma quelli erano personaggi popolari che facevano parte di quella televisione "altra" di cui sopra. Mara Carfagna è la classica semisconosciuta da reality-vip, avrebbe potuto benissimo fare l'"Isola dei famosi" o la "Talpa". Una tipina della porta accanto, un ex miss Italia a cui prima relegavano il posticino da soubrettina o al massimo da attricetta da telenovela, ma candidata no, se candidano lei chiunque dell'universo (ancora una volta) iperreale televisimo può essere eleggibile. E' a questo punto che la portata "politica"  o quanto "politicizzata" dei programmini (finto-)disimpegnati del cazzo si fa più evidente. La bonazza Carfagna non sarà conosciuta dal grande pubblico (a cui si riserva Bud Spencer) ma è conosciuta tra la cuozzamma spettatrice/protagonista del nostro universo (a)culturale televisivo. E' questo il nuovo elettorato di cui sopra e  di cui la Carfagna è solo l'espressione più evidente e cinica. Tutta roba che fa male e inquieta. Inquieta perché sarebbe facile dare la colpa a qualcuno. Ma non è così. La macchina da scrivere (Il sistema) sta incominciando a scrivere da sola come nel film "Asso nella manica" di Wilder. Guardata quel film se lo trovate. E' corresponsabile di questo post.

Postato da: malatosano a 14:54 | link | commenti (9) |

lunedì, 23 gennaio 2006

IL CIELO SOPRA L'AGRO

Stamattina il Sole che faceva luce sulle nostre strade era uno dei più belli dell'anno. Nè troppo caldo, nè troppo freddo, luminoso, bello, appagante. Stamattina, e non solo, le nostre strade, nonostante fossero iluminate da quel Sole, erano ancora tra le più brutte d'Italia. Urbanistica con zero razionalità, traffico, industrie nel pieno dei centri abitati, nessun spazio verde, nessun controllo dei parcheggi, nessuna separazione tra una zona abitata e l'altra, un "fondo stradale non dei migliori"...(questa è una citazione, nonché e allo stesso tempo un eufemismo...)

Eppure...

Sarà stato il Sole, ma mi sono accorto che abbiamo una bella, ma fin troppo sporadica, vegetazione, un panorama di rara ordinarietà, dei colori, nelle case soprattutto vecchie, sui balconi, nelle insegne, persino sulle facce della gente, che si trovano poche volte...ma il Sole sembrava quasi faticare a illuminare tutto questo contemporaneamente, come se non capisse in che razza di posto del pianeta stiamo, ma capisse che comunque qui c'è stato, c'è e ci sarà qualcosa a cui valga ancora la pena di regalare un'aria tardo-invernale, pur trovandosi ostacolato dalle pietre melmose issate dalle nostre mille contraddizioni.

La produttività! L'occupazione! I nostri politici si affannano a promettere queste cose senza nemmeno capire che cazzo significa avere un'occupazione qua. Senza capire che qui la gente, anche se c'ha il lavoro, non ci sta, perché i soldi che tanto guadagna li può usare solo per comprare una macchina nuova che poi intaserà ancora di più le nostre strade di merda, perché tanto che c'è da vedere, da fare, da costruire, da ricercare se non una cazzo di macchina nuova qua! E non è un fatto che si vuole chissà che, è un fatto che si vuole evitare un circolo vizioso. E cioè: potersi prendere quel po' che ti danno qua da un'altra parte che offre di più, togliere gente e quindi risorse a questa parte e infine non poter più, di conseguenza, dare nemmeno quel po' che ora c'è ancora qua. Risultato: chi deve restare per forza fa una brutta fine.

Eccolo il nostro Agro. Dove politica e mafia sono riusciti a rovinare un posto in fondo bello e con una certa (superata? dimenticata?) identità. Un posto di cui dall'alto nessuno si è mai preoccupato. Perché non essendo né Napoli né la Sicilia, non risaltiamo, perché siamo gente che sta in mezzo e quindi conta poco. Dove la gente o ha paura o si rassegna. Dove è tutto già perso e dove i paesini sono destinati a scomparire. Dove è tutto promesso, e però si fa solo quello che non è permesso. E dove chi scrive, spera di sbagliarsi.

Postato da: malatosano a 23:00 | link | commenti (18) |

domenica, 18 dicembre 2005

CRONACA NERA (2)

Italiani brava gente ?

Ridere del pianto, piangere del riso. E' come quando vedi un film di Chaplin. Leggere l'intervista a Ciprì e Maresco mi ha fatto questo effetto. E rabbia e serenità e desolazione. La riporto qui, perché, cazzo, dovete leggerla, non sto neanche a spiegarvi tutti i perché. Capitelo da voi.

articolo pubblicato da   L'Unità 
26 agosto 2003  
C i p r ì   &   M a r e s c o     c o n t r o     t u t t i

Pensate che dopo cinque anni ci sia attesa per il vostro ritorno sugli schermi?
Non gliene frega niente a nessuno.

Addirittura...
Il pubblico ha ben altro a cui pensare e comunque ben altre forme di evasione, di divertimento... E poi viviamo in un mondo in cui tutto è usa e getta: politica, sesso, sentimenti, arte naturalmente. Altro che attesa...

Si dice in giro che questa volta avete fatto un film diverso...
Questo ci fa incazzare perché non rinneghiamo niente di quello che abbiamo fatto. Se diverso vuol dire attenuare ed esorcizzare paure e preoccupazioni per rendere più accettabile il nostro lavoro, «ripulirlo». In questo film c'è una continuità molto forte col nostro passato, c'è la stessa visione del mondo e degli esseri umani. Piaccia o no ci sono Ciprì e Maresco.

Ma non è un film comico?
Forse Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte sono due film più spietati, più violenti. Cagliostro si presenta invece come un film comico: apparentemente quella rabbia, quella durezza non ci sono, non sono comunque urlati. In realtà è un film più malinconico, più amaro. In fondo racconta l'impossibilità del sogno. Parla del fallimento di un gruppo di imbecilli che si illudono di poter creare una piccola Cinecittà e di fare della Sicilia la capitale del cinema italiano. È una storia di perdenti, di una follia tutta siciliana, assurda, che fagocita tutti i personaggi del film, i quali, a modo loro, sono dei sognatori.

Non starete provando a essere ruffiani?
La comicità è stata sempre una costante del nostro lavoro. Noi abbiamo cominciato con Cinico Tv che era amaro, crudele, però riusciva a far ridere. È una comicità che nasce da un profondo senso del tragico, un po' pirandelliana. D'altra parte c'è la sicilianità, l'ossessione, un'idea perseguita fino alla rovina, un po' come certi personaggi deliranti di Pirandello. Il problema è non tradire se stessi, la difficoltà è non rinnegarsi, non cercare il consenso facile, continuando a lavorare come hai sempre fatto. Rifiutando le apparizioni televisive, i talk show che ti invitano, declinando le offerte di lavoro per pubblicità e videoclip.

Siete a Venezia a rappresentare il cinema italiano...
Ciprì e Maresco rappresentano solo se stessi. Non crediamo di rappresentare il cinema italiano, così come non crediamo che il cinema italiano ci tenga a farsi rappresentare da noi.

Ma come, si parla tanto di rinascita. Anche quest'anno per il cinema italiano si accendono tante belle speranze!
Più che di cinema bisognerebbe parlare di «cinemino». Crediamo che quello che entusiasma e fa gridare al miracolo non sia altro che una specie di fenomeno televisivo che si estende alle sale. E questo la dice lunga sullo stato di imbarbarimento nel quale ci ritroviamo. Quello che si è affermato negli ultimi anni è un cinema para-televisivo, pseudo-sociologico, storie di trentenni e quarantenni in crisi, di fallimenti della coppia, un cinema che serve solo ai giornali e ai talk show per alimentare sondaggi su quanto scopano, se credono in Dio ecc. Ma in tutto questo il cinema vero non c'è. Tutt'al più si può parlare di fiction televisiva.

Dimenticate che c'è un cinema che pratica l'impegno civile.
Quello è in realtà un cinema furbo e senza forza. Il fatto che questo debbano dirlo soltanto quelli che passano per bastian contrari è il segno del collasso di qualunque onestà intellettuale. Infatti, il problema non è solo la mancanza degli autori: manca anche la critica, una critica forte, autorevole in grado di prendere posizione e autonoma. Cosa che in altri tempi ha giovato agli artisti.

Parlate da sempre di un cinema capace di esprimere uno sguardo morale. Non è che invece voi siete moralisti e basta?
Crediamo che a furia di scandalizzarci per la parola «moralista» si siano perdute cose come il senso del pudore, della vergogna, della misura. Si rimane sgomenti perché tutto questo è stato smantellato dall'esempio della classe politica, che è probabilmente la più immorale d'Europa, dai programmi televisivi con le famiglie che si scannano. Ci sono generazioni che si sono formate avendo come punto di riferimento proprio la perdita di tutto ciò e lo hanno scambiato per libertà. Se diamo per scontato che per moralista non intendiamo il bacchettone alla Sordi che fa il censore, c'è un moralismo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno, che è la capacità di indignarsi, di non rassegnarsi in silenzio, ma di provare schifo per quello che accade. In questo senso sì, siamo moralisti.

È un quadro desolante. Avete davvero un'opinione così bassa degli italiani?
Nutriamo un profondo disprezzo per il popolo italiano. Bisogna smetterla con la retorica del tipo «italiani brava gente». Cosa si può pensare di un popolo che ha scelto di farsi governare da gente come Bossi e Berlusconi? Un paese che ha accettato il lodo Mondadori, Previti, la legge fatta su misura per evitare che il Premier e i suoi accoliti finissero in galera come sarebbe stato giusto. L'italiano è fondamentalmente, dentro di sé, un piccolo mascalzone, che disprezza profondamente chi è onesto perché, come si dice dalle nostre parti, è «babbu», cioé fesso; e invece nutre ammirazione per l'uomo di potere, non importa come l'abbia ottenuto. Berlusconi è ciò che l'italiano medio vorrebbe essere.

Però anche la sinistra…
La grande responsabilità della sinistra è stata quella di preparare il terreno a tutto questo. L'incapacità di riuscire a creare degli anticorpi. Da sempre, è storia, gli italiani si riconoscono nei farabutti. La sinistra non ha avuto la capacità di applicare i valori tradizionali da cui è nata e temendo di rendersi impopolare si è adeguata. Come dimenticare che quasi tutti i politici di sinistra sono stati ospiti del salotto di Maurizio Costanzo - il che significa legittimare anche gran parte dell'orrore televisivo degli ultimi anni. È mancata una sinistra culturalmente solida che fosse capace, a costo di rischiare l'impopolarità, di far passare certi concetti forti.

E malgrado tutto questo voi avete ancora voglia di far ridere?
La comicità è una cosa seria, anzi serissima. Ci riferiamo a quella tragica di Buster Keaton, Chaplin, Jerry Lewis, Tati, una comicità corrosiva, molto amara, con una forte carica eversiva, critica rispetto al sistema e ormai in via di estinzione. Quella che oggi prevale è la comicità da villaggio turistico, come, ahinoi, succede in Italia. In fondo lo spirito che ormai caratterizza questo Paese è quello della barzelletta e questo impronta un po' tutto con diverse sfumature. I comici di Zelig avranno pure sul comodino Cent'anni di solitudine e forse avranno frequentato il Dams, ma il loro qualunquismo non è poi così diverso da quello del Bagaglino. A volte ci dicono siete troppo pessimisti. Beh, guardiamoci attorno. Oggi solo un imbecille può dichiararsi ottimista.

Perché un intervallo così lungo tra Totò e Cagliostro?
Sono passati cinque anni dal film precedente, anni difficilissimi, in cui siamo stati processati per le nostre idee e lavorare è diventato complicato. I produttori nicchiavano. Ci sono state proposte condizioni di lavoro al limite dell'offesa. Così abbiamo fatto gli organizzatori culturali, ci siamo occupati di jazz, ci siamo dedicati ai documentari. Sono stati cinque anni duri. Anni di rabbia vera.

Non è che state facendo i martiri?
È difficile commuoversi per Ciprì e Maresco, anche perché facciamo poco per suscitare compassione. Solo, riferendoci a questi cinque anni, ci veniva in mente che spesso si parla di sostenere un cinema coraggioso, diverso. Ecco: vorremmo capire questo cinema dov'è.

Beh, qualche soddisfazione l'avrete pure avuta…
Una dichiarazione di Carmelo Bene rilasciata tre anni fa a l'Espresso. Quando gli chiesero: «Dell'Italia non salverebbe proprio nulla?», lui rispose: «Ciprì e Maresco». È un riconoscimento che ci onora, da parte di uno dei pochi artisti che ammiriamo profondamente.

Ma chi vi credete di essere?
Ciprì e Maresco.

Cioè?
I più bravi, ovviamente…

 

Postato da: malatosano a 19:59 | link | commenti (21) |

martedì, 06 dicembre 2005

STRANO

Quel che rimane di un viaggio è una mistura di sensazioni che nel ricordo assomigliano a un sogno. Quando ritorni a casa e ti svegli dopo la prima notte passata nel tuo letto, ti sembra tutto così strano, irreale, e più passano i giorni e più è strano. E ti manca tutto, il letto, gli odori, il mobiletto dove posavi la roba, la doccia, il tuo sistema per pulirti in mancanza di un bidè. Come ogni volta che da piccolo tornavi dalle vacanze. Ed era anche bello tornare a fare delle cose che sentivi tue; ma la mattina dopo la prima notte passata nel tuo letto ti lasciava sempre questo strano effetto.

Ma so che niente è stato un sogno.

E il tono crepuscolare del cielo di Berlino visto dal finestrone della nostra stanza tutta bianca, gli odori della pelle bagnata, il calore del termosifone è la cartolina più bella del nostro viaggio. E sono contento che non avevamo più foto da scattare, perché le foto sono così fastidiosamente bugiarde a volte. E le più bugiarde sono proprio quelle che senti di voler scattare a tutti i costi.

Credo che la vita sia bella proprio perché riesce ad essere patetica, romantica, grottesca, gioiosa e dolorosa sempre. E  perché riesce a passare da uno stato all'altro senza neanche fartene accorgene, senza preannunciarti niente. Credo che proprio per questo sia giusto essere duri con la nostra realtà. Perché c'è chi ci vuole togliere tutto ciò che è vivo. Tutto ciò che è patetico, romantico, grottesco, gioioso e doloroso.

Postato da: malatosano a 11:17 | link | commenti (6) |

giovedì, 10 novembre 2005

LEGGERO

Leggero mi hanno reso delle scene di un film, leggero mi hanno reso 20 centesimi, una sigaretta, un passaggio, una discussione sullo ska inglese.

Leggero mi ha reso la persona a cui per prima ho pensato di raccontare la mia leggerezza. Questa volta non insostenibile.

Postato da: malatosano a 19:56 | link | commenti (6) |

martedì, 08 novembre 2005

CRONACA NERA

La dolce vita del Sud

Non c'è volontà di capire, di riflettere, di pensare...non c'è la mentalità, non ci sono le strutture...non c'è politica, né la forza né la volontà di agire in un certo senso....non c'è curiosità, vitalità mentale, costruzione di conoscenza, educazione.

Non c'è cultura, non c'è umanesimo. Non c'è nemmeno più l'ignoranza. C'è presunzione, c'è appagamento. Che è peggio.

Mi viene spesso in mente una serata di maggio. In un cinema a Granada proiettavano "La dolce vita". Tre ore di film in lingua originale, in bianco e nero e con l'ingresso a pagamento. La sala era piena. Piena di gente di diversa nazionalità. Muta dall'inizio alla fine. No, non c'erano i crediti formativi, i crediti che nelle università italiane formano la presunzione degli studenti arrivisti appagati di aver firmato un foglio senza aver capito un cazzo del seminario che non hanno seguito o seguito male. La sala era piena. Piena di gente di diversa nazionalità. Vitalità, formazione, stimoli. Il film per eccellenza sulla decadenza in un’aria tutt’altro che decadente.

Qualche mese dopo a Fisciano organizzano una serie di proiezioni e di incontri su Pier Paolo Pasolini. Parlo di Pier Paolo Pasolini, non parlo di Jacque Tati o di Ernst Lubitsch. Perchè non esageriamo...questi qua non li conosciamo neanche di nome.  Una manifestazione interessantissima. Peccato che a seguirla eravamo in 5,10 al massimo 20 persone…Hanno fatto vedere Mamma Roma, Teorema, Salò e le 120 giornate di Sodoma, ma nessuno se n’è accorto. Hanno parlato del suo modo di vedere la società, la vita, l’istruzione, delle sue opere, di ciò che scriveva nei suoi libri. Niente. Vogliono che rimanga un nome. Amen. E dall’alto nessuno ha mosso un dito. I film sono stati fatti vedere alle 10 di mattina in culo all’università in una camera non oscurata che conteneva massimo 25 persone. Gli incontri sono stati fatti in aule assurde nei piani alti, lontani dai corridori frequentati. Come se nulla fosse tenuto di sapere. Come se tutto questo non avesse importanza per un’università italiana.

Siamo vittime e carnefici di questo stato di cose. Cos’è che ci distingue da quel cineforum in Spagna? Una risposta la trovo proprio in quel che diceva Pasolini. O meglio, in quel che intravedo dalle sue parole. Il Sud Italia ha un divario a livello di sviluppo culturale e intellettuale rispetto al Nord e al resto d’Europa proprio perché qui, più di ogni altra parte, si è edificata e sviluppata la classe media, quella per intenderci, che non è né completamente ignorante né educata alla cultura e alla crescita morale. Il Sud di ora non è più il Sud agricolo analfabeta postbrigantista intriso di saggezza popolare. Il Sud di ora è istupidito dall’anticultura della televisione e dall’omologazione dei costumi. E’ come se non avessimo più niente di nostro e copiando dagli altri copiamo il peggio perché è il peggio che ci fanno arrivare. Pasolini provocatoriamente suggeriva l’abolizione della scuola media obbligatoria e della televisione. Oggi probabilmente suggerirebbe l’abolizione dell’obbligo (non statale ma morale e sociale) della scuola superiore e della televisione (ma su questa sarebbe forse meno provocatorio e più serio…). La cultura media è presente soprattutto in queste istituzioni. Non c’è lo stimolo, se ti giri attorno vedi gente che parla di reality, non ti senti tenuto ad andare a vedere il cineforum perché studi e lavori e il cervello ogni tanto si deve riposare e in fondo poi con chi puoi parlare di gente che fa film in cui per due ore non si parla? Ciò che prima era arte ora è intrattenimento. L’abitudine è questa. Si ha paura del muto, del bianco e nero, dell’orientale perché si è completamente plagiati da un sistema di produzione audiovisivo e non omologato e omologante. Ed è questo che ci passano a noi. Il peggio. E siccome mancano istituzioni e iniziative alternative, il Sud non riesce a fronteggiare quest’insidia della cultura media in modo quanto meno soddisfacente.

 Il Sud è decadente. Siamo La dolce vita, siamo Mastroianni, siamo lui quando sulla spiaggia non riusciva a sentire quella ragazza che non era come loro.

Postato da: malatosano a 22:23 | link | commenti (10) |


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